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Audiolibro: Italo Calvino – Il Barone Rampante (parte 4a)

Una sera del 1950, all’ osteria Fratelli Menghi, in via Flaminia, Salvatore Scarpitta racconta a Italo Calvino la sua avventura di dodicenne sull’ albero di pepe. Sette anni dopo, esce Il barone rampante. Il romanzo è ambientato in un paese immaginario della riviera ligure, Ombrosa.

Ecco i personaggi principali: il barone Cosimo Piovasco di Rondò, che vive sugli alberi; suo fratello Biagio (voce narrante della storia); la sorella Battista e il suo fidanzato, il conte d’Estomac; la Generalessa e il barone Arminio Piovasco di Rondò, genitori di Cosimo; Sofonisba Viola Violante d’Ondariva detta la Sinforosa, bella nobile smorfiosa che s’impossessa del suo cuore fin dalla più tenera età, e i suoi due spasimanti, valorosi guerrieri ma ridicoli pretendenti, il cane Ottimo Massimo e il brigante Gian dei Brughi; l’abate Fauchelafleur; il cavalier avvocato Enea Silvio Carrega; Napoleone e lo Zar di Russia.

Il fatto principale è rappresentato da un futile litigio avvenuto il 15 giugno 1767 nella tenuta di Ombrosa, per via di un piatto di lumache non accettate da Cosimo che per protesta sale sugli alberi del giardino di casa e non scenderà mai più. Nonostante la collera e le minacce del padre, la vita del protagonista si svolge sempre sugli alberi, prima nel giardino di famiglia, poi nei boschi di Ombrosa, inframezzata da viaggi in terre lontane raggiunte saltando di ramo in ramo. La vita di Cosimo è piena di eventi, dalle scorribande con i ladruncoli di frutta alle battute di caccia, dalle giornate dedicate alla lettura alle relazioni amorose.

Questa è la quarta parte dell’audio libro Il barone rampante. Ascoltate attentamente la voce narrante e seguite il testo riportato alla fine del post.

Buon divertimento!

Brano musicale: Rondò veneziano, Luna in laguna.

IV

Vicino all’altalena di Viola ce n’era un’altra, appesa allo stesso ramo, ma tirata su con un nodo alle funi perché non s’urtassero. Cosimo dal ramo si lasciò scendere giù aggrappato a una delle funi, esercizio in cui era molto bravo perché nostra madre ci faceva fare molte prove di palestra, arrivò al nodo, lo sciolse, si pose in piedi sull’altalena e per darsi lo slancio spostò il peso del corpo piegandosi sulle ginocchia e scattando avanti. Così si spingeva sempre più in su. Le due altalene andavano una in un senso una nell’altro e ormai arrivavano alla stessa altezza, e si passavano vicino a metà percorso. – Ma se tu provi a sederti e a darti una spinta coi piedi, vai più in alto, – insinuò Viola. Cosimo le fece uno sberleffo. – Vieni giù a darmi una spinta, sii bravo, – fece lei, sorridendogli, gentile. – Ma no, io, s’era detto che non devo scendere a nessun costo… – e Cosimo ricominciava a non capire. – Sii gentile. – No. – Ah, ah! Stavi già per cascarci. Se mettevi un piede per terra avevi già perso tutto! – Viola scese dall’altalena e prese a dare delle leggere spinte all’altalena di Cosimo. – Uh! – Aveva afferrato tutt’a un tratto il sedile dell’altalena su cui mio fratello teneva i piedi e l’aveva rovesciato.

Fortuna che Cosimo si teneva ben saldo alle corde! Altrimenti sarebbe piombato a terra come un salame! – Traditrice! – gridò, e s’arrampicò su, stringendosi alle due corde, ma la salita era molto più difficile della discesa, soprattutto con la bambina bionda che era in uno dei suoi momenti maligni e tirava le corde da giù in tutti i sensi. Finalmente raggiunse il grosso ramo, e ci si mise a cavalcioni. Con la cravatta di pizzo s’asciugò il sudore dal viso. – Ah! ah! Non ce l’hai fatta! – Per un pelo! – Ma io ti credevo mia amica! – Credevi! – e riprese a sventagliarsi. – Violante! – proruppe in quel momento un’acuta voce femminile. – Con chi stai parlando? Sulla scalinata bianca che portava alla villa era apparsa una signora: alta, magra, con una larghissima gonna; guardava con l’occhialino. Cosimo si ritrasse tra le foglie, intimidito. – Con un giovane, ma tante, – disse la bambina, – che è nato in cima a un albero e per incantesimo non può metter piede a terra.

Cosimo, tutto rosso, domandandosi se la bambina parlava così per prenderlo in giro davanti alla zia, o per prendere in giro la zia davanti a lui, o solo per continuare il gioco, o perché non le importava nulla né di lui né della zia né del gioco, si vedeva scrutato dall’occhialino della dama, che s’avvicinava all’albero come per contemplare uno strano pappagallo. – Uh, mais c’est un des Piovasques, ce jeune homme, je crois. Viens, Violante. Cosimo avvampava d’umiliazione: l’averlo riconosciuto con quell’aria naturale, nemmeno domandandosi perché lui era lì, e l’aver subito richiamato la bambina, con fermezza ma senza severità, e Viola che docile, senza neanche voltarsi, seguiva il richiamo della zia; tutto pareva sottintendere ch’egli era persona di nessun conto, che quasi non esisteva nemmeno. Così quel pomeriggio straordinario sprofondava in una nube di vergogna. Ma ecco che la bambina fa segno alla zia, la zia abbassa il capo, la bambina le dice qualcosa nell’orecchio. La zia ripunta l’occhialino su Cosimo. – Allora, signorino, – gli dice, – vuol favorire a prendere una tazza di cioccolata? Così faremo conoscenza anche noi, – e dà un’occhiata di sbieco a Viola, – visto che è già amico di famiglia. Restò lì a guardare zia e nipote a occhi tondi, Cosimo. Gli batteva forte il cuore.

Ecco che era invitato dai d’Ondariva e d’Ombrosa, la famiglia più sussiegosa di quei posti, e l’umiliazione d’un momento prima si trasformava in rivincita e si vendicava di suo padre, venendo accolto da avversari che l’avevano sempre guardato dall’alto in basso, e Viola aveva interceduto per lui, e lui era ormai ufficialmente accettato come amico di Viola, e avrebbe giocato con lei in quel giardino diverso da tutti i giardini. Tutto questo provò Cosimo, ma, insieme, un sentimento opposto, se pur confuso: un sentimento fatto di timidezza, orgoglio, solitudine, puntiglio; e in questo contrasto di sentimenti mio fratello s’afferrò al ramo sopra di sé, s’arrampicò, si spostò nella parte più frondosa, passò su di un altro albero, disparve.

Fu un pomeriggio che non finiva mai. Ogni tanto si sentiva un tonfo, un fruscio, come spesso nei giardini, e correvamo fuori sperando che fosse lui, che si fosse deciso a scendere. Macché, vidi oscillare la cima della magnolia col fiore bianco, e Cosimo apparire di là dal muro e scavalcarlo. Gli andai incontro sul gelso. Vedendomi, parve contrariato; era ancora arrabbiato con me. Si sedette su un ramo del gelso più in su di me e si mise a farci delle tacche con lo spadino, come se non volesse rivolgermi parola. – Si sale bene sul gelso, – dissi, tanto per parlare, – prima non c’eravamo mai saliti… Lui continuò a scalfire il ramo con la lama, poi disse, agro: – Allora, ti son piaciute le lumache? Io protesi un canestro: – T’ho portato due fichi secchi. Mino, e un po’ di torta… – T’hanno mandato loro? – fece lui, sempre scostante, ma già guardava il canestro inghiottendo saliva. – No, sapessi, ho dovuto scappare di nascosto dall’Abate! – dissi in fretta. – Volevano tenermi a far lezione tutta la sera, perché non comunicassi con te, ma il vecchio s’è addormentato! La mamma è in pensiero che tu possa cadere e vorrebbe che ti si cercasse, ma il babbo da quando non t’ha visto più sull’elce dice che sei sceso e ti sei rimpiattato in qualche angolo a meditare sul malfatto e non c’è da aver paura. – Io non sono mai sceso! – disse mio fratello. – Sei stato nel giardino dei d’Ondariva? – Sì, ma sempre da un albero all’altro, senza mai toccar terra! – Perché? – chiesi io; era la prima volta che lo sentivo enunciare quella sua regola, ma ne aveva parlato come d’una cosa già convenuta tra noi, quasi tenesse a rassicurarmi di non avervi trasgredito; tanto che io non osai più insistere nella mia richiesta di spiegazioni.

– Sai, – disse, invece di rispondermi, – è un posto che ci vuole dei giorni a esplorarlo tutto, dai d’Ondariva! Con alberi delle foreste dell’America, vedessi! – Poi si ricordò che con me era in lite e che quindi non doveva avere alcun piacere a comunicarmi le sue scoperte. Troncò, brusco: – Comunque non ti ci porto. Tu puoi andare a spasso con Battista, d’ora in avanti, o col Cavalier Avvocato! – No, Mino, portamici! – feci io, – non devi avercela con me per le lumache, erano schifose, ma io non ne potevo più di sentirli gridare! Cosimo stava ingozzandosi di torta. – Ti metterò alla prova, – disse, – devi dimostrarmi d’essere dalla parte mia, non dalla loro. – Dimmi tutto quello che vuoi che faccia. – Devi procurarmi delle corde, lunghe e forti, perché per fare certi passaggi devo legarmi; poi una carrucola, e ganci, chiodi di quelli grossi… – Ma cosa vuoi fare? Una gru? – Dovremo trasportare su molta roba, vedremo in seguito: tavole, canne… – Vuoi costruire una capannuccia su un albero! E dove? – Se sarà il caso. Il posto lo sceglieremo. Intanto il mio recapito è là da quella quercia cava. Calerò il cestino con la fune e tu potrai metterci tutto quello di cui avrò bisogno. – Ma perché? Parli come se tu restassi chissà quanto nascosto… Non credi che ti perdoneranno?

Si voltò rosso in viso. – Che me ne importa se mi perdonano? E poi non sono nascosto: io non ho paura di nessuno! E tu, hai paura di aiutarmi? Non che io non avessi capito che mio fratello per ora si rifiutava di scendere, ma facevo fìnta di non capire per obbligarlo a pronunciarsi, a dire: «Sì, voglio restare sugli alberi fino all’ora di merenda, o fino al tramonto, o all’ora di cena, o finché non è buio», qualcosa che insomma segnasse un limite, una proporzione al suo atto di protesta. Invece non diceva nulla di simile, e io ne provavo un po’ paura. Chiamarono, da basso. Era nostro padre che gridava: – Cosimo! Cosimo! – e poi, già persuaso che Cosimo non dovesse rispondergli: – Biagio! Biagio! – chiamava me. – Vado a vedere cosa vogliono. Poi ti vengo a raccontare, – dissi in retta. Questa premura d’informare mio fratello, l’ammetto, si combinava a una mia fretta di svignarmela, per paura d’esser colto a confabulare con lui in cima al gelso e dover dividere con lui la punizione che certo l’aspettava. Ma Cosimo non parve leggermi in viso quest’ombra di codardia: mi lasciò andare, non senz’aver ostentato con un’alzata di spalle la sua indifferenza per quel che nostro padre poteva avergli da dire.

Quando tornai era ancora lì; aveva trovato un buon posto per star seduto, su di un tronco capitozzato, teneva il mento sulle ginocchia e le braccia strette attorno agli stinchi. – Mino! Mino! – feci, arrampicandomi, senza fiato. – T’hanno perdonato! Ci aspettano! C’è la merenda in tavola, e babbo e mamma sono già seduti e ci mettono le fette di torta nel piatto! Perché c’è una torta di crema e cioccolato, ma non fatta da Battista, sai! Battista dev’essersi chiusa in camera sua, verde dalla bile! Loro m’hanno carezzato sulla testa e m’hanno detto così: «Va’ dal povero Mino e digli che facciamo la pace e non ne parliamo più!» Presto, andiamo! Cosimo mordicchiava una foglia. Non si mosse. – Di’, – fece, – cerca di prendere una coperta, senza farti vedere, e portamela. Deve far freddo, qua, la notte. – Ma non vorrai passare la notte sugli alberi! –

Lui non rispondeva, il mento sui ginocchi, masticava una foglia e guardava dinanzi a sé. Seguii il suo sguardo, che finiva dritto sul muro del giardino dei d’Ondariva, là dove faceva capolino il bianco fior di magnolia, e più in là volteggiava un aquilone. Così fu sera. I servi andavano e venivano apparecchiando tavola; nella sala i candelieri erano già accesi. Cosimo dall’albero doveva veder tutto; ed il Barone Arminio rivolto alle ombre fuori della finestra gridò: – Se vuoi restare lassù, morrai di fame! Quella sera per la prima volta ci sedemmo a cena senza Cosimo. Lui era a cavallo d’un ramo alto dell’elce, di lato, cosicché ne vedevamo solo le gambe ciondoloni. Vedevamo, dico, se ci facevamo al davanzale e scrutavamo nell’ombra, perché la stanza era illuminata e fuori buio. Perfino il Cavalier Avvocato si sentì in dovere d’affacciarsi e dir qualcosa, ma come suo solito riuscì a non esprimere un giudizio sulla questione. Disse: – Oooh… Legno robusto… Dura cent’anni… – poi alcune parole turche, forse il nome dell’elce; insomma, come se si stesse parlando dell’albero e non di mio fratello.

Nostra sorella Battista invece tradiva nei riguardi di Cosimo una specie d’invidia, come se, abituata a tener la famiglia col fiato sospeso per le sue stranezze, ora avesse trovato qualcuno che la superava; e continuava a mordersi le unghie (se le mangiava non alzando un dito alla bocca, ma abbassandolo, con la mano a rovescio, il gomito alzato). Alla Generalessa venne in mente di certi soldati di vedetta sugli alberi in un accampamento non so più se in Slavonia o in Pomerania, e di come riuscirono, avvistando i nemici, a evitare un’imboscata. Questo ricordo, tutt’a un tratto, da smarrita che era per apprensione materna, la riportò al clima militare suo favorito, e, come fosse riuscita finalmente a darsi ragione del comportamento di suo figlio, di- venne più tranquilla e quasi fiera. Nessuno le diede retta, tranne l’Abate Fauchelafleur che assentì con gravità al racconto guerresco e al parallelo che mia madre ne traeva, perché si sarebbe aggrappato a qualsiasi argomento pur di trovar naturale quel che stava succedendo e di sgombrar il capo da responsabilità e preoccupazioni.

Dopo cena, noi s’andava presto a dormire, e non cambiammo orario neppure quella sera. Ormai i nostri genitori erano decisi a non dar più a Cosimo la soddisfazione di badargli, aspettando che la stanchezza, la scomodità e il freddo della notte lo snidassero. Ognuno salì nei suoi quartieri e sulla facciata della casa le candele accese aprivano occhi d’oro nel riquadro delle impannate. Che nostalgia, che ricordo di calore doveva dare quella casa tanto nota e vicina, a mio fratello che pernottava al sereno! M’affacciai alla finestra della nostra stanza, e indovinai la sua ombra rannicchiata in un incavo dell’elce, tra ramo e tronco, avvolta nella coperta, e – credo – legata a più giri con la corda per non cadere. La luna si levò tardi e risplendeva sopra i rami. Nei nidi dormivano le cincie, rannicchiate come lui. Nella notte, all’aperto, il silenzio del parco attraversavano cento fruscii e rumori lontani, e trascorreva il vento. A tratti giungeva un remoto mugghio: il mare. Io dalla finestra tendevo l’orecchio a questo frastagliato respiro e cercavo d’immaginarlo udito senza l’alveo familiare della casa alle spalle, da chi si trovava pochi metri più in là soltanto, ma tutto affidato ad esso, con solo la notte intorno a sé; unico oggetto amico cui tenersi abbracciato un tronco d’albero dalla scorza ruvida, percorso da minute gallerie senza fine in cui dormivano le larve.

Andai a letto, ma non volli spegnere la candela. Forse quella luce alla finestra della sua stanza poteva tenergli compagnia. Avevamo una camera in comune, con due lettini ancora da ragazzi. Io guardavo il suo, intatto, e il buio fuor dalla finestra in cui egli stava, e mi rivoltavo tra le lenzuola avvertendo forse per la prima volta la gioia dello stare spogliato, a piedi nudi, in un letto caldo e bianco, e come sentendo insieme il disagio di lui legato lassù nella coperta ruvida, le gambe allacciate nelle ghette, senza potersi girare, le ossa rotte. È un sentimento che non m’ha più abbandonato da quella notte, la coscienza di che fortuna sia aver un letto, lenzuola pulite, materasso morbido! In questo sentimento i miei pensieri, per tante ore proiettati sulla persona che era oggetto di tutte le nostre ansie, vennero a richiudersi su di me e così m’addormentai.

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6 risposte a "Audiolibro: Italo Calvino – Il Barone Rampante (parte 4a)"

  1. Ciao Serena, come stai? Spero che bene.
    Vorrei domandare perche non ai messo lá continuazione dei libre, le Áudiobook? Bacio e Salute.

    1. Ciao Rossana,

      Sono contenta che gli audio book abbiano avuto un grande successo, tanto da chiedere quando continueranno. Spero presto.
      Vorrei avere qui l’occasione di spiegare alcune cose su questo BLOG.
      Molti di voi mi chiedono di postare su determinati argomenti o di continuarne altri. Apprezzo molto questi vostri interventi e vi assicuro che li tengo sempre in considerazione.
      Il fatto è che il contenuto di questo BLOG è assolutamente GRATUITO, come avete potuto notare e che chi posta (io) può decidere di smettere del tutto un argomento e/ o di iniziarne uno completamente nuovo, per mancanza di tempo o anche per mancanza di interesse.
      Per delle lezioni personalizzate e delle spiegazioni sulla lingua italiana ad hoc, esistono delle lezioni a pagamento.

  2. Mi scusi per l’insistenza. per me le storie erano molto interessante e piacevole. Anche al mio papà ci piaceva. Io ho comperado il libro in Italiano dell Pinochio, per legere… Ho capito perfettamente il funzionamento del Blog. E visto che sei un insegnante, ha molto di lavoro e deve guadaganre… saluto e bacio Rossanna

  3. Non si preoccupi, cara Rossana. Purtroppo il tempo non mi permette di occuparmi del BLOG come vorrei. Continuare a postare questo audio-libro è una delle cose a cui penso di più. Non voglio fare promesse che non potrò mantenere, ma spero di tornare a pubblicare presto. Continui a leggere in italiano, mi raccomando!

  4. ciao,
    partiamo dal presupposto che non ho mai preso in considerazione un audiobook prima in vita mia.
    scopro per caso questo del barone su youtube e decido di ascoltarlo.
    non mi accorgo neanche di essere arrivato alla 5a parte tanto mi piace la storia ma soprattutto la voce.
    da qualche parte si può comprare storie lette da te complete?
    ne valgono davvero la pena.
    avessi una voce così leggerei ad alta voce anche da solo

    grazie e scusa il disturbo

    1. Ciao Marco,
      Nessun disturbo. Purtroppo non sono lette da me.
      Credo si tratti di un audio book interpretato da un’attrice professionista, per RadioRaiTre.
      Al momento ho solo le parti che ho già pubblicato, ma sto cercando il resto.
      A presto.
      Serena

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