Addio Monna Lisa.

Gioconda

Secondo il parere di uno storico italiano, Roberto Zapperi, la donna ritratta in la Monna Lisa, celebre quadro di Leonardo Da Vinci, oggi conservato al Louvre, Parigi, non è Lisa Gherardini, la terza moglie di un ricco mercante di seta fiorentino, Francesco del Giocondo, come si è sempre creduto.

giuliano di lorenzo de mediciLa signora sarebbe, invece, Pacifica Brandani, una delle amanti del nobiluomo fiorentino Giuliano De’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, il potente signore della città di Firenze (1449 – 1492). Pacifica Brandani era una nobildonna alla corte di Urbino.

Zapperi spiega la sua teoria nel suo saggio Monna Lisa addio: La vera storia della Gioconda e confuta lo scritto dell’architetto ed artista italiano Giorgio Vasari in Le Vite de’ più eccellenti pittori, scultori, ed architettori (1550), secondo cui Lisa Gherardini è la donna raffigurata nel ritratto di Leonardo. Il Vasari scrive: “A Leonardo fu commissionato da Francesco del Giocondo di ritrarre la monna Lisa, sua moglie….”.

Inoltre Zapperi riporta la testimonianza del chierico De Beatis, che vide il ritratto nello studio di Leonardo il 10 ottobre 1517, nel castello di Clos Lucé ad Amboise, in Francia. L’artista in quel periodo viveva e lavorava lì. De Beatis descrisse il ritratto nel suo diario e aggiunse che l’opera era stata commissionata “dal magnifico Giuliano de’ Medici”.

Giuliano di Lorenzo de’ Medici, Duca di Nemours (Pistoia, 12 marzo 1479 – Firenze, 17 marzo 1516), era figlio di Lorenzo de’ Medici e Clarice Orsini. Era uno dei tre figli maschi, con Piero e Giovanni, e fu nominato dal Re di Francia duca di Nemours nel 1515, per intercessione del fratello divenuto nel frattempo papa con il nome di Leone X.

Pacifica Brandani morì il 18 aprile 1511 mentre dava alla luce il figlio Ippolito, avuto da Giuliano de’ Medici. Il bambino crebbe alla corte dello zio, Papa Leone X, senza sapere nulla della madre, neppure della sua morte. Secondo Zapperi, Giuliano de’ Medici nel 1515 chiese a Leonardo di dipingere il ritratto della sua amante morta per donarlo al piccolo Ippolito, di soli 4 anni, il quale gli chiedeva spesso della madre.

A dimostrare la fondatezza della teoria di Zapperi, la scoperta da parte degli esperti, dell’esatta locazione dello sfondo del ritratto. Si tratta di una zona che si trovava nel ducato di Urbino e che oggi è tra le regioni Marche, Emilia Romagna e Toscana.

Roberto Zapperi, Monna Lisa addio. La vera storia della Gioconda 

Il Carnevale: la battaglia delle arance (Ivrea)

carnevale ivrea

Presentazione della mugnaia

IL CARNEVALE DI IVREA

Il Carnevale di Ivrea è una manifestazione folcloristica annuale. Si tratta di una rievocazione storica che ha reso il Carnevale di Ivrea uno dei più famosi e curiosi al mondo. Lo storico carnevale è in parte ispirato alla leggenda di una mugnaia che uccise un tirannico feudatario, e, in parte risale all’avvento delle truppe napoleoniche.

Il via al Carnevale viene dato da suoni di pifferi e tamburi che onorano la nomina del nuovo generale, in attesa della presentazione della Mugnaia. L’eroina viene eletta tra le ragazze della società eporediese la sera del Sabato Grasso.

Il carnevale raggiunge il momento di più alta spettacolarità nella Battaglia delle arance, tra i rappresentanti dei diversi rioni, per la conquista del palio.

La battaglia delle arance

La battaglia delle arance

TRA STORIA E LEGGENDA

Federico Barbarossa aveva insediato nella città di Ivrea, in Piemonte, un certo Ranieri di Biandrate. Ranieri iniziò a perseguitare i suoi avversari politici e a infierire sul popolo con pesanti tasse. Il dittatore fu da subito odiato.

Nel 1194 il popolo, esasperato dalle violenze e dai soprusi di Ranieri, insorse e distrusse la sua dimora, il castello di San Maurizio.

Ma i dittatori non erano terminati. Guglielmo VII di Monferrato entrò a tradimento ad Ivrea nel 1266 e ricostruì il castello di San Maurizio, dove si trasferì. Il dominio di Guglielmo però fu di breve durata perché, per la seconda volta, il popolo prese le armi e nuovamente rase al suolo il castello.

carnevale ivrea

Questi sono i fatti storici, ma nella tradizione popolare gli usurpatori, Ranieri e Guglielmo, si fondono in un’unica figura di tiranno, che venne ucciso da una popolana, una mugnaia.

La leggenda narra che la figlia di un mugnaio, Violetta, era promessa sposa al suo amato Toniotto, ma le fanciulle eporediesi a quel tempo erano soggette alla pretesa dello Ius Primae Noctis, ovvero il diritto della prima notte da parte del feudatario. In realtà questo diritto non è mai esistito, e deriva, probabilmente dalla tassa che si doveva pagare in occasione del matrimonio.

carnevale ivrea

La leggenda vuole che Violetta decise di ribellarsi alla sorte che l’attendeva. Finse di accettare l’infame pretesa del feudatario e si recò al famoso castello di San Maurizio, nascondendo però tra i capelli un pugnale, in accordo con i popolani. Violetta uccise il tiranno e diede il segnale di rivolta ai cittadini, che erano esasperati dalle tasse.

Violetta, la mugnaia del Carnevale, è quindi il simbolo della ribellione popolare. Il ricordo di quelle gesta e della vittoria del popolo si tramandano di anno in anno, fino all’occupazione napoleonica, quando il Carnevale assunse l’aspetto odierno.

carnevale ivrea

IL CARNEVALE DI IVREA OGGI

Oggi lo scontro delle arance si svolge nelle principali piazze della città e vede impegnati gli equipaggi sul carro, che simboleggiano le guardie del tiranno, contro le squadre degli aranceri a piedi, che simboleggiano i popolani ribelli, costituite da centinaia di tiratori.

Si tratta del momento più spettacolare della manifestazione che ben evidenzia la lotta per la libertà, simbolo del carnevale eporediese.

carnevale ivrea

CONSIGLI UTILI PER I VISITATORI

Lo svolgimento della festa è regolamentato da un’apposita ordinanza del sindaco che prevede l’obbligo del cappello frigio per gli eporediesi e per i turisti che non intendano diventare bersaglio di lanci delle arance.

Il berretto rosso è il simbolo di libertà e di fratellanza, che rende intoccabili. Chiunque voglia assistere a questa manifestazione dovrebbe indossarlo, se non desidera essere bersaglio del lancio di arance!

La mugnaia indossa il cappello frigio

La mugnaia indossa il cappello frigio

Il programma del carnevale di Ivrea 2013 lo trovate QUI.

Il perchè: “… in brodo di giuggiole”

bambina felice

Perchè si dice “andare in brodo di giuggiole”?

Andare in brodo di giuggiole si usa soltanto nel significato di “essere molto contento, pieno di felicità”. Di provenienza toscana, in origine si usava andare in brodo (o broda) di succiole, che sono le castagne lessate con la buccia, così dette “dal succiarle, che si fa, in mangiandole” (Vocabolario della Crusca, 1612).

Dopo, le succiole sono state sostituite dalle giuggiole, i frutti del giuggiolo, pianta importata dai Romani dalla Siria e nota nell’antichità con il nome di zyzyphum, da cui zizzola, parola ancora oggi usata nel Veneto.

Intorno alla città veneta di Arquà Petrarca, questi alberi si trovano ancora oggi nei giardini pubblici e privati e i loro frutti, simili ai datteri anche nel gusto (ma più piccoli), sono impiegati, fra l’altro, in medicina contro la tosse e in cucina per marmellate e per preparare un vino dolcissimo (il brodo di giuggiole, appunto) secondo un’antica ricetta di Egizi e Fenici.

Quindi la felicità che si esprime con il brodo di giuggiole o il brodo di succiole si collega alla bontà di entrambi i frutti.

frutti del giuggiolo

frutti del giuggiolo

Non è mai troppo tardi

Alberto Manzi era un personaggio popolare amatissimo, insegnò a leggere ed a scrivere a milioni di italiani, eppure oggi sono solo in pochi a ricordarlo, mentre tra i giovani quasi nessuno lo conosce.

Alberto Manzi è il maestro per antonomasia ed il “padre”, riconosciuto e studiato anche all’Università di Harvard, dell’insegnamento a distanza. Divenne famoso come conduttore del programma televisivo “Non è mai troppo tardi”, realizzato dalla RAI fra il 1960 e il 1968 per la lotta all’analfabetismo, dimostrando uno stile didattico e comunicativo di rara efficacia, attraverso un uso della televisione moderno ed un linguaggio accessibile davvero a tutti.

Tra gli anni Sessanta e Settanta il maestro Manzi, con il programma “Non è mai troppo tardi”, insegnò l’italiano agli italiani. Grazie a lui ed al suo programma, in quegli anni un milione e quattrocentomila italiani poterono conseguire la licenza elementare assistendo a lezioni in TV.

Attraverso questo programma televisivo trasmesso su una delle due reti RAI (gli unici canali allora esistenti) e con il relativo processo di alfabetizzazione linguistica, si favorì l’unificazione sociale e culturale del Paese.

  • antonomasia (sost. f.): figura retorica che consiste nell’adoperare un nome comune o una perifrasi invece di un nome proprio e viceversa.
  • insegnamento a distanza (sost. m.): insegnamento svolto senza la presenza fisica dell’insegnante (per esempio online o alla televisione, radio, etc.).
  • conduttore (sost. m.): la persona che porta avanti un programma televisivo.
  • programma televisivo (sost. m.): spettacolo d’intrattenimento trasmesso per mezzo della televisione.
  • analfabetismo (sost. m.): condizione di chi non sa leggere nè scrivere.
  • accessibile (agg.): di facile comprensione.
  • conseguire (v.): riuscire ad ottenere.
  • assistere a qs. (v.): essere presente.
  • canale (sost. m.): impianto di trasmissione televisiva.